Il nuovo mondo del lavoro
Copyright � 01/05/38 Danilo D'Antonio - Alcuni diritti concessi
Oggi, primo giorno del quinto mese dell'anno, ci piace pensare ad una societ� che abbia saputo risolvere il tremendo problema della collocazione dei suoi componenti, assicurando ad ognuno di essi un retto lavoro e quindi un giusto reddito.
Ci piace dunque pensare ad una societ� che abbia capito, accettata ed assodata l'idea, che non vi potr� mai essere una felice, generale, trasformazione del mondo del lavoro senza una premurosa ed attenta programmazione delle nascite.
Mai potremo infatti essere tutti, se vorremo, felicemente attivi senza aver prima stabilito un diretto, stretto, vincolante rapporto tra compiti da svolgere e nuovi esseri da portare al mondo, e da condurre quindi a svolgere detti compiti. Prima occorre sia chiaro quali siano le incombenze, solo successivamente potranno essere giustificatamente chiamati alla vita altri esseri umani.
Non � ragionevole pensare che si possa affermare un generale sentimento di felicit� sulla Terra senza una seria ricerca sui compiti da svolgere, che certo non dovranno essere pilotati da finti bisogni creati dalle imprese bens� motivati da ben pi� valide necessit� dettate dalla realt� stessa di cui siam parte, compiuta preliminarmente rispetto alla decisione di far comparire nuovi esseri.
Se fino a qualche tempo fa era possibile per una persona trovare della terra libera, ed ivi collocarsi a svolgere attivit� che gli procurassero di che vivere, oggi, che non vi � pi� alcuna terra a disposizione di chi nasce, essendo gi� tutta occupata e potendo averne solo togliendola a qualcun altro, oggi che noi umani siamo nettamente ridondanti rispetto ai nostri territori, oggi che ogni risorsa, perfino l'aria, scarseggia, � pretesa assurda, � sfacciata presunzione pensare che si possa tutti "trovare lavoro" senza alcuna programmazione delle nascite in base a doveri da compiere che siano stati prima definiti con ampio margine di tempo.
E se fino a qualche tempo fa, proprio in virt� del fatto che vi era potenzialmente terra a sufficienza per tutti, la nascita di un nuovo umano poteva essere un fatto di competenza delle sole due persone che si univano per generarlo ed accudirlo, oggi, che un nuovo essere non dispone pi� di un suo spazio naturale bens� quasi esclusivamente sociale, oggi che la societ� dichiara di volersi far carico di tutte le innumerevoli e giustissime istanze di ogni nuovo essere, non � pi� ragionevole pensare che essa non abbia a razionalizzare le nascite secondo un piano collettivamente discusso e ben definito con largo anticipo.
Se davvero desideriamo risolvere, e per sempre, il terribile problema della precariet�, se davvero desideriamo liberarci dalla pena di essere sbattuti al mondo senza che prima in questo stesso mondo sia stato ricavato un luogo economico, fisico e sociale, dove poter risiedere con serena operosit�, occorre passare, per il tramite del mezzo culturale, da una riproduzione indiscriminata, lasciata alla emotiva e limitata consapevolezza dei singoli ad una razionale e lungimirante consapevolezza collettiva. Altrimenti non meravigliamoci che il mondo sia stracolmo di reietti, non lamentiamoci di soffrire mille problemi di inserimento, non stupiamoci che il mondo rotoli veloce gi� per una china oscura: chi tra noi ha accettato di generare, e genera, al buio pesto di una scommessa fatta con la vita essendo tra i primi responsabili di tutto ci�.
Se davvero desideriamo una societ� in cui non fossimo pi� costretti ad accapigliarci, a lottare quotidianamente l'un contro l'altro, alla ricerca del necessario di che vivere, accorgiamoci una buona volta che la riproduzione non � pi� un fatto meramente personale bens� � divenuto prettamente sociale. L'influenza, il contributo, il ruolo degli stessi genitori nei confronti dei figli essendo da tempo divenuto del tutto secondario rispetto a quello sociale.
Accorgiamoci anche, e soprattutto, che la questione riproduttiva si gioca ormai non tanto in un campo di genuini desideri personali, bens� nel solo campo di una vecchia, primitiva cultura che continua ad essere massicciamente imposta da un sistema gretto e superstizioso, avente l'unico avallo odierno dell'interessatissimo mondo della pubblicit�, una cultura che continua a scaricare sui figli responsabilit� disattese dai genitori.
Ognuno di noi, semplici individui desiderosi di non portare pi� acqua ad un mulino diroccato, si apparti allora a cercare interiormente ed intorno a s� gli elementi di una nuova cultura basata, non sul ricordo di ci� che la vita poteva essere un tempo, bens� su ci� che la vita � realmente oggi e potr� essere domani. Risvegliamoci, usciamo dal torpore indotto da un fatiscente sistema che noi stessi contribuiamo a far perdurare, apriamo gli occhi e scorgiamo infine le cose per come realmente sono. Se desideriamo che il mondo cambi, per prima cosa dobbiamo cambiare noi stessi. Non abbiamo l'assurda, infantile pretesa che possa avvenire diversamente.
Ben lungi dal propugnare una fredda, rigida, angosciante visione meccanicistica, rendiamoci conto che la presente situazione ha ampissimi, spropositati margini di miglioramento in virt� di un approccio critico, logico e razionale.
Non pensiamo infine, non illudiamoci, che il problema del lavoro possa esser risolto da chi sulla precariet� altrui costruisce ogni giorno la sua fortuna. Cos� come la medicina non fu inventata da medici, la legge non nacque da avvocati, la religione non da preti, il nuovo mondo del lavoro non potr� scaturire dagli economisti. Impariamo invece noi stessi ad avere e riconoscere buone idee, ad aver fiducia in esse, ad apprezzarle, a criticarle, ad estrapolarne le parti migliori, ad energizzarle, a svilupparle, a lavorarci su, a farle crescere, e, supportati dal potere delle verit� in esse contenute, portiamo nel trionfo del presente il bene e releghiamo nel ricordo di un remoto passato il male.
V1.5 - 01/05/38
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